Sono le undici e mezza di sera e fa ancora caldo. Io sono disteso a pancia in giù su un letto, come se mi avessero ammazzato, le braccia lunghe attorno al corpo, la bocca semiaperta in una smorfia involontaria. Il letto non è mio. C'è una gran confusione di vestiti e di coperte, ci sono mutande molto risicate poggiate sui mobili affastellati di oggettini e di gioielli, ci sono striminzite coppe di reggiseno che mi osservano indagatrici. Un ventilatore gira pigro, benedicendoci dall'alto. Nel mezzo della stanza una ragazza, con una canottierina bianca, una sigaretta e delle mani nervose, piega dei vestiti da mare, strizzandoli confusamente in un bagaglio a mano.Tutto il mondo è ruotato di mezzo giro perche sono disteso.Tutto è esattamente verticale. Io porto ancora la cravatta.
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Nella vita mi occupo di fallimenti. L'ho sempre fatto, in tutti i campi. A lavoro ci chiamano gli amministratori quando non sono in grado di gestire di disastri che hanno combinato. Gli amici mi chiamano quando non sanno più cosa fare; persone dinamiche, sorridenti, sicure di sè, certe volte bussano alla mia porta, perchè non sanno come si risolvono i problemi. Ognuno ha un suo stile, un suo modo di fare. C'è chi ti chiama come fosse una consulenza, altri fanno leva sulle circostanze della situazione etc.. Io faccio sempre la stessa cosa, sorrido, sto ad ascoltare, prendo appunti, mi faccio un caffè, e poi cerco di sbrogliare le matasse. E'una cosa che mi riesce abbastanza bene, da sempre. La gente non fa che chiedere.
La deformazione professionale ha finito per colpire anche i miei rapporti con l'altro sesso, e così, tra una parola buona e l'altra, sono diventato l'amico delle donne. Grazie a Dio non è sempre così, però succede. Stesse telefonate nel cuore della notte, stesse lacrime, stessi inviti alla calma, al silenzio. Messaggi sul cellulare. Chiamate al lavoro. Posta, chat, messaggi, amici di amici, aperitivi, mostre, incontri mondani. La gente mi incrocia e si abbandona sulla mia spalla, che è sempre più ambita e sempre più apprezzata. Con le ragazze è molto complicato. Dai e dai, alla fine mi sono svuotato di buona parte dell'empatia e della partecipazione. Mi è rimasto il disincanto, una sorta di freddezza, la distanza che allontana il medico dal paziente, quando sta molto male, e non c'è più molto da fare.
La donna è particolarmente difficile e pericolosa da consolare. Da un punto di vista tecnico è semplicissimo: le donne sono esattamente tutte uguali. Dicono tutte le stesse cose, hanno le stesse paure, e sono tutte ferite in ugual modo. La nostra società promuove i valori dell'esasperato individualismo, ma nel mio piccolo posso affermare che è una cazzata. Tutti sono uguali a tutti, tutte sono uguali a tutte; I grandi uffici del centro sono giganteschi alveari in cui le storie delle persone si estendono, si sovrappongono, ma sono tutte uguali e sostituibili.
Il problema è che la donna ne approfitta. Farsi consolare è una sorta di tagliando dell'anima; si cambiano le gomme, si rabbocca l'olio e si riparte: chi ricorda il viso del meccanico? C'è una sorta di piacere entomologico nel guardare le persone stare male, nell'inserirsi nelle storie altrui, nel rivivere le situazioni tormentate; ma bisogna ricordarsi che questo divertissement non è la propria vita; e che tutte queste ragazze, nel momento del bisogno, saranno altrove e avranno altro a cui pensare. Generalmente, altri ragazzi.
Una donna mediamente si consola così. Di solito comincia lei. C'è sempre un uomo che è il più stronzo di tutti, ma come ha fatto a non accorgersene prima, eccetera. Segue riassunto lacrimoso degli ultimi tempi insieme. Seguono recriminazioni. Seguono propositi per un futuro di autocoscienza e dignità. Seguono altre recriminazioni.
Compito di chi consola e semplicemente quello di stare ad ascoltare, tentare di interrompere (per finta) un paio di volte, e poi a un certo punto bloccare la narrazione e affermare con sicurezza: "lui non ti merita. E' stato un errore. Ne verranno altri". A quel punto, se il tempismo è giusto e la ragazza di riprende un po', la pratica è ben istradata e tutto scorre molto tranquillamente.
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Oggi ci sono andato a pranzo dopo un mese di ripetute offese. E' da ieri che scrivo cose gentili ricevendone in cambio esclusivamene cattiverie. A Roma le persone di buona famiglia hanno un gusto perverso per le bassezze, ereditato forse dal Marchese del Grillo. Quindi le cattiverie sono anche molto volgari. Alla fine di queste naumachie combattute per posta aziendale me ne esco con un invito a pranzo. Esattamente come previsto a partire dalla prima, acidissima, nera e volgare risposta di un giorno prima, lei accetta. Quindi ci vado.
- Mi porti un'insalata caesar, senza salsa ceasar, grazie. La salsa non mi piace - La salsa non mi piace è il commento più egocentrico che abbia sentito negli ultimi due mesi. La salsa non mi piace. Il cameriere deve sapere che la salsa non mi piace, io devo sapere che la salsa non mi piace, l'universo deve sapere che lei arriccia il naso e gira gli occhi di fronte ad una salsa bianca di gusto salato. Va bene. A me un'insalata ceasar. Con la salsa caesar, grazie.
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